Territorio

Intervenire modificando il territorio è sempre stato uno dei bisogni fondamentali dell’uomo in modo particolare per affermare il possesso di aree necessarie al proprio sostentamento e per esercitare il proprio potere. Nascono opere che segnano il territorio e lo modificano come le vie di comunicazioni, le opere fortificate per la difesa, le bonifiche di aree insalubri, tutti interventi che fatalmente ne reclamano la paternità e soprattutto la proprietà. Quindi il concetto di proprietà diventa elemento politico. Quell’aspetto che proprio per la sua radicalizzazione presente a Milano nei corsi di urbanistica negli anni precedenti il Sessantotto, allontanò Camponovo per un lungo periodo da questa disciplina. Questa scienza chiamata urbanistica che accompagna le necessità dell’uomo è sempre in divenire e non sarà mai compiutamente definita. Ha espresso ed esprimerà attraverso il territorio anche le regole e la filosofia della convivenza e del suo grado di civiltà secondo il pensiero politico del momento. La costruzione di edifici entra a far parte del disegno urbanistico condizionata dalla frammentazione del territorio, della sua orografia, delle regole edilizie, dalle possibilità e dalla so- glia culturale della committenza. Pur con i limiti descritti l’edificio è la costruzione che condiziona più fortemente la percezione del paesaggio costruito. L’insieme per eccellenza del costruito è la città. Non a caso l’urbanistica è nata per lo studio delle aggregazioni nella seconda metà dell’Ottocento, e ha seguito lo sviluppo con la costante occupazione del territorio. “Un’occupazione a volte violenta e imprevedibile dove l’urbanistica è stata obbligata a rincorrere lo sviluppo anziché anticiparlo per meglio organizzarlo. Il risultato è la nascita di periferie senza anima e senza qualità, veri e propri non luoghi da abitare, dove l’uomo, per il suo proprio benessere, non è più al centro dell’attenzione. Anche un uso apparentemente più ‘gentile’ del suolo con l’insediamento puntiforme di costruzioni abitative unifamiliari, in zone vicine ai centri non ha più senso perché sottrae e occupa terreno destinato alle generazioni future. Si impone, soprattutto dove il territorio è stato già fortemente urbanizzato con infrastrutture pagate dalla comunità, una edificazione verticale e una sua densificazione per un utilizzo più parsimonioso e rispettoso della natura. Come spesso accade questi concetti, pur in gran parte già condivisi, vengono assunti dai piani regolatori con ritardi tali da compromette- re la loro applicazione.” Queste brevi riflessioni sull’organizzazione territoriale introducono direttamente al tema della crescita urbanistica di Lugano, quale si è andata trasformando soprattutto nel corso degli ultimi tre decenni, e a quello di una ricomposizione e riqualificazione urbana che, ove opportuno tenga conto delle persistenze, senza tuttavia rinunciare a disegnare una città più efficiente, dinamica, che ha iniziato un lavoro di ripensamento della propria struttura. Non a caso, la costruzione della galleria Vedeggio-Cassarate rappresenta una straordinaria occasione per pro- gettare un nuovo comparto cittadino. Questa apertura non costituirà solamente un nuovo elemento dell’infrastruttura viaria, ma piuttosto il motore di un nuovo assetto ambientale e urbano di tutta la zona. Diventerà insomma la spina dorsale di una serie di spazi pubblici e di tessuti edilizi, che dirigeranno il nuovo sviluppo della città. Non ci si limiterà quindi a creare uno snodo stradale, ma si creerà un nuovo quartiere da integrare nella città esistente, costituendo la nuova porta a Lugano da nord, in quel delicato rapporto tra dimensione costruita e dimensione naturale che da sempre costituisce la lezione più grande delle città storiche.